Succede alla Brigata G.G. Belli

 

Siamo alle solite... Ecco l'ennesimo episodio che non è stato ripreso dai mass-media... Copio il Comunicato emesso dalla Brigata G.G. Belli dopo l'incontro Roma-Torino, INVITO TUTTI A LEGGERLO CON ATTENZIONE..

Ogni tipo di commento è assolutamente superfluo, piena solidarietà a tutto il gruppo.

"Sabato 9 Maggio, in occasione della partita A.S.Roma - Torino, avevamo deciso di esporre uno striscione per denunciare la situazione in cui versa, a più di un mese di distanza, la questione della sepoltura del popolare cantante della Garbatella Alvaro Amici. Non vogliamo entrare nei termini, già espressi in un articolo nell'ultimo numero della nostra fanzine. Racconteremo invece i fatti che ci hanno impedito di schierarci al fianco di una famiglia che, dopo aver perso un suo caro, da mesi non riesce ad ottenere per lui una degna sepoltura, impedita da assurdi vincoli burocratici. Riguardo l'accaduto, dobbiamo assolvere i reparti della polizia presenti all'ingresso del settore 22, che avevano in un primo tempo approvato l'ingresso del nostro striscione. Questa volta, il protagonista della grottesca vicenda è un funzionario della DIGOS. L'uomo, dal chiaro accento meridionale, si avvicina al nostro striscione srotolato, e di fronte alla complessa ambiguità del messaggio, resta, perplesso e insospettito. A dir la verità, a noi e ai suoi colleghi lo striscione era sembrato molto chiaro: NEL CIMITERO DELLA CITTA' NON C'E' POSTO PER UN MONUMENTO DI ROMANITA' - ALVARO PER SEMPRE. All'infallibile segugio non quadra il frammento "CIMITERO DELLA CITTA'", e a nulla valgono i nostri chiarimenti, in cui illustriamo la penosa situazione in cui versa la salma di un simbolo della canzone romana, in cui garantiamo che, dietro alla frase non si nasconde nient'altro che un riferimento al Verano, il Cimitero Monumentale di Roma in cui crediamo che Amici debba essere sepolto (magari al posto di gente, famosa sì e danarosa pure, ma che con la città non ha niente a che fare). Pur di far entrare il messaggio, che riteniamo molto importante in quanto Alvaro Amici rispecchia perfettamente quel tipo di mentalità romanesca a cui ci rifacciamo, siamo disposti a dare la cauzione dei nostri documenti, e a qualsiasi tipo di identificazione preventiva. Ma il nostro Ispettore Colombo ci fa capire che, nonostante i nostri sforzi, non riusciremo a confondergli le idee e a fargliela sotto il naso, perché lui ha capito che sotto la frase incriminata si nasconde chissà quale invito ad un apocalittico olocausto. Ci ripete che lo striscione è offensivo. Proprio così, che uno striscione di solidarietà ad una persona deceduta, è offensivo. Verso chi, e verso cosa, il nostro Maigret, anche se sollecitato, non riesce a dircelo. Le trattative continuano, riusciamo ad ammorbidire il suo incorruttibile senso del dovere e lo convinciamo ad appuntarsi su un foglio la frase ed andare a chiedere a qualche collega. Al suo ritorno, la sua decisione non è cambiata, ma è cambiata invece la motivazione: lo striscione non può entrare, a suo dire, perché non c'entra niente con lo sport. Addirittura peggiore, e terribile, della precedente. Lo stupore che ci coglie di fronte all'affermazione, cinicamente e schifosamente indifferente alla morte, ci impedisce di sottolineare con delle grasse risate l'ignoranza di questo piccolo uomo. Per tagliare in fretta il discorso, che ormai seriamente lo imbarazza, tratta a male parole uno di noi che stava ripiegando lo striscione appena bocciato e lo caccia via, occupandosi personalmente dell'eliminazione. Rientriamo, e dopo un lungo consulto decidiamo che la nostra forma di protesta per questo gesto inconcepibile, che ci lascia assolutamente esterrefatti, è quella di ripiegare lo striscione. Gesto simbolico, fatto principalmente per volontà di denuncia. Denuncia che, se covassimo una minima speranza di venir ascoltati, gireremmo al Comune di Roma. Non vogliamo commentare un simile gesto che, oltre all'arroganza che non dovrebbe essere di un funzionario di stato (la polizia non dovrebbe essere al servizio del cittadino?), aggiunge una mesta conferma all'ignoranza in cui versano le forze dell'ordine italiane, abbrutimento che colpisce, e ci duole dirlo, soprattutto gli alti funzionari, e fa riflettere da dove nascano certi metodi di repressione. Non ci sentiamo certo di chiedere allo stato una riforma delle forze dell'ordine, ma ci terremmo a far presente come simili abusi, operati anche su chi cerca il dialogo e la cooperazione, facciano nascere un naturale spirito di avversione verso chi veste la divisa, particolarmente negli stadi. Che non ci si stupisca, quindi, se l'Italia è l'unico paese in cui, invece che figure da rispettare, i carabinieri e la polizia finiscano per diventare i protagonisti assoluti di ogni barzelletta. Che almeno a noi onesti cittadini sia lasciata la rivincita dell'ironia.

Il Direttivo della B.G.G.B.1791

 

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